Pane di ieri per vita di oggi
Oggi passiamo dalle anfore di vino buono e regalato, alle ceste di pane avanzato. Continua perciò il Vangelo a parlarti di Dio attraverso il linguaggio dei segni.
Qualche nota esegetica: tutti gli evangelisti ricordano la moltiplicazione del pane; Luca e Giovanni ne raccontano un unico episodio mentre Marco e Matteo fanno riferimento a due moltiplicazioni. Si ritiene comunque trattarsi di un unico avvenimento tramandato in due diverse redazioni. Ai commentatori appare comunque quella di Matteo che oggi leggiamo la più antica formulazione.
Il momento raccontato segue immediatamente la notizia data a Gesù dell’omicidio di Giovanni Battista; Gesù ha bisogno di appartarsi; lo ha fatto diverse volte: vuole stare un po’ solo a pregare. Ma non gli è dato troppo tempo. La gente lo vuole incontrare e Lui torna a condividere la domanda di tanti fino a superare gli orari stabiliti per il frugale pasto serale.Segue il segno miracoloso del cibo donato.
Un richiamo a Dio che nutre il suo popolo, che provvede il cibo, lo fa la liturgia stessa mettendo all’inizio la pagina dell’attraversamento del deserto da parte di Mosè e della sua gente. Il modo molto umano e di un umano non certo eccelso, con cui si svolsero quei fatti fa pensare. Si stava meglio prima, sotto il faraone.
Che ci ha portato a fare il tuo Dio a morire di fame fra sabbia e sassi? E Mosè prega in modo inusitato: ma scusa Signore, hai voluto Tu darti da fare per questa gente e sapevi bene che testa hanno e adesso lasci che mi mettano in questione così? Ancor più incredibile la risposta divina: punisce la gente nauseandola con eccesso di cibo, così imparano! Un po’ troppo umano e di nostra abituale esperienza questo agire, non è vero? Genitori che per sfinimento concedono il richiesto ma aggiungono il “peggio per te”!
Non di questo tenore il fatto miracoloso di Gesù: vediamo le parole chiave.
Il pane da comprare riporta le persone allo stadio di dipendenza da cui provengono; devono rientrare nel gioco dei rapporti sociali inquinati dall’egoismo, dall’indifferenza per l’altro e dal disprezzo.
Compassione è l’atto d’amore partecipativo che fa di ciascuno un vicino al suo cuore. E così anche per noi deve essere lo stesso.
Condividere è la legge di Dio, diversa dalla nostra. Il pane è distribuito e c’è un esubero di dodici ceste cioè tutti sono i destinatari del dono, nessuno pregiudizialmente escluso.
Le risorse umane arrivano fino ad un certo punto. Solo una svolta nella direzione della preghiera e della comunione con tutti può cambiare le cose.
Ma c’è un’altra annotazione da fare: in che modo Gesù fa il pane per tutti? Non è una ricetta di quelle che ormai invadono i programmi televisivi. Fa’ così: prende il pane, si rivolge al cielo, benedice, spezza e consegna. Non vi fa venire in mente niente? Ma è come l’ultima cena e come la nostra eucarestia! Siamo nelle giornate di preghiera per l’unità cristiana: discepoli impossibilitati a mangiare insieme il pane di Gesù ma quasi lo prendono di nascosto l’uno dall’altro.
A questo si aggiunge la quotidiana rassegna delle smisurate povertà di pane che affliggono una parte immensa di umanità. Giovanni Paolo II ebbe a dire: “Non illudiamoci; solo dalla sollecitudine per chi è nel bisogno saremo riconosciuti come veri discepoli di Cristo; è questo il criterio in base al quale sarà comprovata l’autenticità delle nostre celebrazioni eucaristiche”.





Commenti (1)
Mattia
La prima è questo dono del pane, questo "moltiplicare" il pane da parte di Dio per noi. E' proprio vero: sottolinea da un lato l'insufficienza dell'uomo, l'uomo benchè spesso si illuda di poter essere sufficiente a se stesso non lo è affatto, ha bisogno di Dio, anzi Dio attraverso Gesù (e percio il Pane di Vita) è il suo stesso nutrimento. Dall'altro lato la moltiplicazione dei pani in misura talmente elevata da far sì che non solo tutti siano sfamati ma ne avanzi addirittura sta a rappresentare la "sovrabbondanza"con cui Dio ci dona il suo Amore, che culmina con la sovrabbondanza di Gesù che offre/dona la sua vita (il suo corpo=il pane) per noi.
Il secondo punto che volevo sottolineare è quello in cui il Don scrive: "Gesù ha bisogno di appartarsi; lo ha fatto diverse volte: vuole stare un po’ solo a pregare. Ma non gli è dato troppo tempo. La gente lo vuole incontrare e Lui torna a condividere la domanda di tanti fino a superare gli orari stabiliti ...". Questo mi riporta alla riflessione appena fatta, circa l'immenso/sovrabbondante donarsi di Gesù a noi. Ma, scedendo nella realtà di tutti i giorni, mi fa pensare al nostro stesso Don e ad altri (pochi ma sovrabbondanti!) pastori come lui che davvero si spendono interamente e generosamente per il proprio gregge, per le proprie comunità, anche oltre l'umanamente lecito. Questo non solo a sacrificio delle loro energie (comunque limitate in quanto umane) ma soprattutto a sacrificio del loro tempo dedicato a Dio, alla preghiera, alla contemplazione. Penso che in questo si ritrovino molto nella situazione di Gesù, da una parte teso verso la sua aspirazione di relazione continua col Padre, e dall'altro tirato per la giacchetta dalla gente, a volte per fede e ricerca di una guida, a volte forse solo (chiediamocelo tutti) per puro egoismo.
Questa mancanza/sottrazione di tempo per la preghiera, per la relazione diretta con Dio ci appartiene un po' a tutti. Anche noi semplici laici credenti spesso abbiamo giornate così piene di impegni ma così vuote di tempo per LUI. Dovremmo davvero ripensare il tempo a misura d'uomo e in particolare a misura di uomo che vuole essere in relazione col Padre
Matt