Carità o essere caritatevoli?
Ospitiamo in questo spazio la riflessione di una persona della nostra comunità.
Sento spesso parlare di carità, specie poi in questo periodo di crisi particolarmente difficile per tutti. Temo però che l’abuso del termine rischi di farne perdere il senso e significato più profondo. Carità significa “benevolenza, affetto, amore”. Gesù ci ha indicato la giusta via: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.
Quindi non si tratta tanto e solo di un di “FARE” (fare la carità, ovvero donare cibo, denaro, indumenti, tempo) bensì deve in primis consistere in un modo di “ESSERE” nei confronti degli altri, di porsi e relazionarsi verso il prossimo. Non tanto e non solo un “donare” quanto piuttosto un “donarsi”.
Mi chiedo allora: quanto spesso ci capita di fare la carità senza però essere caritatevoli?
Fare la carità indica il gesto “esteriore”, che rimane atto sterile e fine a se stesso se non implica anche una nostra trasformazione interiore, un nostro profondo cambiamento nel modo di percepire (con amore) e di relazionarci (con benevolenza) all’altro.
Ultima considerazione: a volte è molto più semplice fare la carità ad un estraneo che essere caritatevoli nel nostro rapportarci quotidiano con le persone a noi più vicine (in famiglia, al lavoro, in parrocchia).
Penso sia bene riflettere su questi punti e mi auguro che l’approssimarsi del “Family Day” sia per tutti noi una spinta per provare a cambiare.
Matt





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