I figli del Regno
Rieccoci a questo singolarissimo personaggio, Giovanni Battista. Così vicino e così diverso da Gesù. Egli non è un annunciatore itinerante; Gesù ha percorso in lungo e in largo le strade della Palestina, non certo perché amasse peregrinare, ma solo perché il suo metodo è quello dell’andare verso, dell’incontrare.
Giovanni invece frequenta le grotte presso il fiume e la gente passa di là ad ascoltare, come si va da un guru o da qualcuno la cui vita è tanto speciale da essere impressionante. Infatti egli è profeta sia con la parola che con la vita, una vita che esprime scelta dell’essenziale che diventa provocazione per chi lo osserva. Il suo messaggio è centrato su due parole: cambio e pulizia. Sì non ho usato la dizione tecnica di conversione e battesimo per bisogno di immediatezza.
Questo strano insegnante di vita ha uno spiccato senso del proprio ruolo ma anche del suo limite: è un preparatore di un accadimento, così si definisce, e quindi appartiene alla razza dei grandi. Poi aggiunge però che la sua proposta interpella solo le nostre forze umane, mentre l’annunciato, il Messia, Gesù, porta qualcosa di assolutamente superiore e cioè lo Spirito (aggiunge pure la parola fuoco!).
Come dire: metticela pure tutta ma lasciati soccorrere da una forza che ti viene offerta! Al punto che perfino le pietre possono trasformarsi nella loro struttura fisica e diventare “figli di Abramo”.
Tutto il modo che Matteo usa in questa descrizione utilizza simboli che richiamano eventi ben noti al popolo ebraico: l’esodo dalla schiavitù, il ritorno dall’esilio. Lo stesso vestito, pelle d’animale ricorda la condizione del peccato primordiale; il cibo del deserto è quello che mette la fame della “bocca di Dio”.
Gli annunciatori sono importanti ancora adesso che Lui è venuto: hanno la grande responsabilità di evitare che la religiosità si riduca a sola legge, senza cuore, senza l’uomo ed infine senza Dio. Gli annunciatori sono la voce, ma la Parola, Gesù, è il compimento. Tutto il lungo percorso dell’attesa del Messia non porta come suo esito alla definizione di una teoria ma al riconoscimento di Gesù come il Dio vicino.
In questo senso è davvero drammatica la figura di Giovanni che non fa a tempo col suo martirio a vedere tutta la vita di Gesù e la distanza dovuta al carcere e al filtro fatto dai discepoli, porta perfino al dubbio. Ma lui non si da per vinto: interroga, chiede e si affida. Ecco forse qui sta uno dei passaggi più carichi di attualità.
L’uomo costruttore di futuro, si spaventa della fragilità del costruito e teme la caduta dei suoi orizzonti; ma il senso della storia espresso in Gesù non lo convince, teme ed ha paura. Il futuro diventa un incubo per sé e per propri figli. Così siamo noi: ci serve la sferza di Giovanni e la sveglia di Isaia. In tal modo non si combatte solo per la sopravvivenza momentanea, ma collabora all’arcobaleno.
Ho visto persone sostare incantate nel tempio, altre rialzare un anziano privo di forza, altri portare coperte per i senza tetto, la gente filippina che porta un’offerta per gli alluvionati della Liguria: tutto ciò è preparazione del via su cui passa il Signore. Sarà sì allora esperienza di consolazione, cioè Lui con chi si sente solo sconfitto.





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