Oggi partiamo da una riflessione che si ispira alla prima lettura anziché al vangelo. I profeti sono difficili, sempre. Si sa che la loro funzione nell’economia della Bibbia è quella della creazione di un senso di attesa verso il futuro che promette un messia, ma anche la creazione delle condizioni per cui questa attesa sia significativa e sono la purificazione del cuore, la conversione, l’umiltà, il senso comunitario e il superamento di una concezione fatalista della vita.
Isaia, nel prima delle tre parti del libro a lui intestato, tratta di situazioni storiche che diventano insegnamento. Ma il profeta si serve della storia per dar corpo alle sue visioni: da una parte le terre soggiogate e desertiche mandano l’agnello per chiedere pietà agli israeliti; qui si vede l’allusione al Messia che viene dalla stirpe di Ruth, vittima della carestia. Ma nella realtà si profila una grande e perdente guerra di Israele contro l’Assiria, e si va alla ricerca di alleati: un gesto di clemenza verso i rifugiati può garantire collaborazioni future e benemerenze davanti a Dio così che il regno davidico non perisca. Qui si fa chiaro il discorso: il nemico non è mai il guerriero precettato. Sono i grandi che fondano il male: questi poveretti sono gli avanzi del pranzo, diremmo oggi, quello consumato dai carnefici. Vogliamo provare a pensare in questi termini anche ai rifugiati di oggi? C’è una messianicità che possiamo predicare a loro? Non sono essi il segno di un fallimento?
Lasciamo Isaia, per andare nella Gerusalemme di qualche secolo dopo, almeno sette. Si sparge la voce che l’annunciato è atterrato! Grande festa, ma riservata a pochi fans. Non ci sono infatti passatoie moquettate, niente telecamere e fuochi d’artificio; non ci sono body gard microfonati; è un ben povero messia,povero Cristo! (cristos è la traduzione greca dell’ebraico messia). Il grande paradosso cristiano sta proprio qui. Una grande e sollecitata attesa per un evento sognato come risolutivo su tanti fronti, va a spegnersi di fronte ad una presunzione inaccettabile. Il messia acclamato da pochi (ma buoni) amici resta intrappolato nella indecifrabilità del suo stesso parlare ed agire.